Doveva andar meglio

L’Europa nelle ultime settimane è tornata in testa alla triste classifica mondiale per numero di casi: oltre 140mila nuovi positivi al giorno nei 27 stati membri (70mila negli Stati Uniti). Giuseppe Conte in Italia ha annunciato, tramite il penultimo dpcm, il coprifuoco notturno e la chiusura di palestre, teatri e cinema, anticipando alle 18 la chiusura di bar e ristoranti. Emmanuel Macron in Francia ha annunciato il lockdown nazionale a partire da venerdì, ma con scuole e aziende e uffici pubblici aperti. Angela Merkel imporrà a breve una chiusura parziale, dopo aver avvertito i tedeschi del rischio di una seconda ondata addirittura “più letale della prima”. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha detto in un’intervista “di comprendere la stanchezza della gente che ha fatto grandi sacrifici per evitare un altro scenario di blocco nazionale”. Quello che sfugge, però, è come sia stato possibile ritrovarsi a distanza di mesi nella stessa, identica condizione di terrore e paura vissuta da marzo in poi.

Giuseppe Conte, primo ministro del governo italiano dal 1º giugno 2018

Sapevamo sarebbe arrivata una seconda ondata. Da cittadini abbiamo fatto finta di ignorarla, confortati dai contagi praticamente azzerati di quest’estate, riprendendo in mano la nostra quotidianità tra vacanze più o meno godute – chi se l’è potute permettere – e lenti ritorni nei propri uffici. Sapevamo sarebbe tornato, il virus, un po’ per l’autunno un po’ perché tanti virologi ce lo avevano spiegato in più salse. Eppure oltre ai numerosi decreti, quasi tutti di carattere sussidiario (cassa integrazione, bonus etc.), neanche stavolta il governo italiano è riuscito nell’impresa di programmare un’emergenza tragicamente annunciata. Per “programmare” si intende evitare l’unico incubo di qualsiasi paese oggi: il sovraccarico delle terapie intensive. Non si chiedeva all’esecutivo di annullare con la bacchetta magica l’inevitabile: gli italiani (e gli europei) hanno ripreso a vivere su precisa indicazione dei rispettivi esecutivi. C’è chi lo ha fatto con grande superficialità ed è giusto ripetere il motto (indossate la mascherina!), ma sarebbe stato saggio lavorare sul binario parallelo e prendere in contropiede la minaccia paventata. Come? Investendo immediatamente su tre settori:

  • residenze Covid;
  • mezzi pubblici;
  • strutture ospedaliere.

Perché le residenze Covid? Come ha spiegato Massimo Galli, responsabile del reparto malattie infettive dell’ospedale universitario Luigi Sacco di Milano, le famiglie italiane sono tra i più grandi bacini di infezioni. Secondo Galli – in un’intervista dello scorso 28 aprile – questi contagi potrebbero essere “il possibile punto di ripartenza dell’epidemia dopo la riapertura”. Il virologo Andrea Crisanti, referente scientifico della regione Veneto sul nuovo coronavirus, gli ha fatto seguito spiegando che la famiglia agisce come un moltiplicatore: “Praticamente una bomba a orologeria”. Il governo, di fatto, non ha ritenuto una priorità allontanare i malati dalle loro case.

I mezzi pubblici. Da romano non posso che incazzarmi quando vedo decine di settori lavorativi bloccati e gli autobus pieni. Ricordare al popolo di indossare una mascherina e non dotarlo di un servizio di trasporti che lo consenta è stato – ed è – uno dei momenti peggiori della nostra democrazia. Una sorta di umiliazione tradotta in dpcm. L’ATAC capitolina versa in condizioni critiche da anni e non c’è mai stata occasione di risanarne il bilancio o aumentarne le potenzialità. Stando alle stime effettuate dalla varie cabine di regia tecnico scientifico nazionali e locali al termine del primo lockdown, a Roma quasi 290mila persone avrebbero ripreso a usufruire dei mezzi pubblici una volta ricominciate le attività lavorative. È effettivamente successo, ma senza alcun pullman aggiuntivo o aiuti consistenti da terzi, condannando tanti romani all’inevitabile contagio reciproco.

Ma veniamo agli ospedali, di cui non è necessario ricordare l’importanza. Doveroso sottolineare invece il numero delle nuove strutture sorte negli ultimi mesi per fronteggiare la seconda ondata: uno a Milano (Fiera) e zero a Roma, le due città insieme a Napoli attualmente più colpite. Inutile spacciare le conquiste in campo europeo come trionfi se poi non si hanno notizie sull’utilizzo di quei finanziamenti, o quantomeno bozze di progetti utili a sperare in nuove strutture che sostengano il nostro sistema sanitario nazionale. Le strutture sanitarie sono nelle stesse, identiche condizioni del primo lockdown. Questo è il peggiore dei nostri fallimenti.

Secondo Roger-Pol Droit, filosofo francese, “la fragilità delle società occidentali di fronte alla pandemia è ulteriormente accresciuta dal fatto che abbiamo ampiamente dimenticato l’esistenza del tempo a favore di una sorta di presente perpetuo”. Presente senza futuro, dove i cittadini possono appellarsi a una sola entità: lo Stato. Per questo la politica più che mai deve essere oggi la soluzione alle difficoltà di tutti noi; ma non solo intesa come sostegno ai cittadini, pure come arma di programmazione nel lungo termine. Per evitare che questa terribile parentesi storica, oltre a farci male nel presente, possa lasciare ferite insanabili anche nel nostro futuro.

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