Il taglio dei parlamentari: riduzione dell’intelligenza, non dei costi

L’antipolitica dei Cinque Stelle abolisce i finanziamenti pubblici all’editoria senza misurare, a distanza di anni, alcun giovamento per il mondo della carta stampata. Gli editori restano in netta difficoltà, i vecchi giornalisti con le tasche piene e i giovani pubblicisti costretti a elemosinare l’ingresso nell’Ordine. La sinistra di Enrico Letta abolisce i contributi pubblici ai partiti sull’onda del sempre più crescente sentimento anti-casta, lasciando però zero tracce nei ricordi dell’attuale panorama elettorale (che infatti vorrebbe nuovi tagli). Il suo successore, Matteo Renzi, tenta di rivoluzionare la Costituzione con il monocameralismo, trovando il netto rifiuto di chi – poco prima – lo aveva incoronato re indiscusso delle Europee. Negli anni della nostra crisi, dominati da un asfissiante senso di austerity, più o meno tutte le forze di centrosinistra hanno colto la palla al balzo incentrando il dibattito politico sul tema del risparmio, ottenendo alcuni risultati: lasciare lì i problemi reali del paese e saziare un elettorato al limite della pazienza, senza prospettive di lavoro o possibilità di dare un futuro migliore ai propri figli.

Nel 2020, alle porte di una stagione scolastica altamente imprevedibile e con il primo, grande rialzo dei contagi da Coronavirus, le principali forze politiche del paese scoprono nuove divisioni interne sul tentativo – l’ennesimo – di ridimensionare i costi dell’attuale Parlamento: il taglio dei suoi componenti. I principali quotidiani del paese, con direttori editoriali e costituzionalisti al seguito, si interrogano da giorni su quale potrebbe essere la scelta migliore: continuare con l’attuale forma – che alla fine, male a nessuno non ha mai fatto – o ridurre sensibilmente il tutto, allineandoci con i principali amici europei? Il dibattito è talmente acceso da spingere il Partito Democratico all’indecisione più totale sul da farsi (primo incontro ufficiale previsto il 7 settembre), mentre ai grillini non pare vero di spingere nuovamente sulla leva del nulla cosmico, trovando la piena contestazione dell’isolato Azione di Carlo Calenda.

Il punto è che il vero risparmio di soldi pubblici avverrebbe annullando oggi stesso un referendum che non cambierebbe affatto il destino degli italiani, cui andrebbe ricordato che a contare non è la quantità ma la qualità dei loro rappresentanti. Un Parlamento che sopporta silenziosamente questioni annose quali assenteismo e ignoranza non dovrebbe avvertire l’urgenza di diminuire i suoi componenti, ma di rendersi più responsabile e maturo nel modo di lavorare in commissione e persino di esporre in pubblico i suoi risultati. La verità è un’altra e forse messa così farebbe male a tanti politici: riducendo i parlamentari non otterremmo nessun miglioramento della politica, al massimo un crollo della nostra intelligenza civile. Bisognerebbe andare alle urne per giudicare la dignità di alcuni movimenti politici, apparenti portabandiera del volere popolare ma primi complici dell’impoverito livello di alfabetizzazione al quale questo paese è stato ignobilmente trascinato nell’ultimo decennio. In quel caso voterei Sì: il 20 e 21 settembre voterò No.

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