Je suis (encore) Charlie

Da qualche settimana s’è tornato a parlare di Charlie Hebdo dopo l’apertura del processo contro i presunti fiancheggiatori dei fratelli Kouachi, responsabili del massacro del 2015. Alcuni giorni fa un giovane pachistano, tra il murales che onora le 12 vittime e la targa che ribattezza la via come “Piazza della libertà di espressione”, ha attaccato con una mannaia due giornalisti di Premières Lignes, agenzia specializzata nel giornalismo d’inchiesta. I due dovrebbero sopravvivere.

Da mesi Al Qaeda ha ripreso a minacciare i redattori del giornale satirico, che lavorano in una sede segreta circondata da misure di sicurezza straordinarie simili a quelle di una base militare. In Pakistan ci sono state proteste violente contro il governo francese. Nel processo al Palazzo di giustizia si susseguono testimonianze strazianti di superstiti e famigliari, mentre la Francia si divide tra coloro che accusano Hebdo di “gettare olio sul fuoco” e chi difende la libertà d’espressione contro l’oscurantismo e il totalitarismo islamista.

Cinque anni dopo sono ancora, orgogliosamente dalla stessa parte: quella del Je suis Charlie. Con la speranza che mogli e figli abbiano presto giustizia.

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