Non si può più scrivere un ca**o

Autori di cinema e televisione, aprite le orecchie: dovete scrivere personaggi ideali che non urtino la sensibilità di nessuno. Guai a raccontarne imperfezioni fisiche o storture psicologiche, spunterebbe – su Twitter o Tik Tok – qualche utente offeso pronto a fomentare migliaia di piccoli influencer, mai così entusiasti di combattere la loro ennesima battaglia da tastiera portandosi dietro qualche casa cinematografica spaventata dalle crociate del politically correct. È quanto di drammatico emerge dall’ultimo caso nato attorno l’insospettabile film di Robert Zemeckis, “Le Streghe”.

Il premio Oscar Anne Hathaway nel film “Le Streghe”

Come scrive staynerd.com:

Nell’adattare il romanzo di Roald Dahl, il regista e gli sceneggiatori hanno deciso di rappresentare la Grande Strega Suprema, interpretata da Anne Hathaway, senza le dita centrali della mano. Il tutto per cercare di renderle simili agli artigli felini descritti dall’autore del romanzo. Un modo per enfatizzare il lato più ferino del personaggio, che tuttavia ha scatenato vivaci polemiche, iniziate con le osservazioni dell’atleta paraolimpica Amy Marren.

Amy Marren ha ventidue anni, è inglese e vanta diverse vittorie di spessore nel nuoto paralimpico. Critica la Warner Bros (taggandola) con l’energia che si richiede alle grandi polemiche: «I personaggi cattivi rappresentati con difetti fisici fanno sembrare la disabilità anormale». Quindi, secondo questa teoria, la “normalità della disabilità” non conoscerebbe cattiveria. Sveliamo invece una gigantesca verità: anche i disabili possono essere cattivi. Proprio come gli altri esseri umani. Rappresentarli in veste malvagia e non solo bonaria – come accade spesso nel mondo cinematografico – gli rende persino giustizia, buttando nel cestino la narrativa ipocrita dell'”handicappato buono” ed eliminando qualsivoglia forma di discriminazione. Dibattere su un concetto delicato come la violenza che generano alcuni handicap non è certo compito di una commedia cinematografica simile, chiariamoci, ma in assoluto potrebbe persino aprire gli occhi ad alcuni spettatori. Invece no, fermi tutti: la regola deve essere un’altra e la decide la piazza social.

Neanche a dirlo, sono arrivate le scuse della Warner Bros. Un portavoce del colosso cinematografico ha detto che lo studio è «profondamente rattristato nell’apprendere che la nostra rappresentazione dei personaggi immaginari in The Witches potrebbe infastidire le persone con disabilità».

Di questo passo tra qualche lustro gli autori conteranno quanto i due di picche, pagheranno uno psicoterapeuta dilaniati da quanto il loro mestiere sia ormai ridotto a un mero districamento tra quello che potrebbe o non potrebbe offendere fasce di pubblico. Le scelte, i pensieri e i crimini di un personaggio verranno scambiati per quelli dell’attore, che dovrà subire processi nella vita reale (come successo a Fabio de Caro in Gomorra). Lo stile, i difetti e le storture estetiche di un personaggio di fantasia verranno lette come offese a chi quei difetti li ha davvero. Così gli scrittori di grande e piccolo schermo si troveranno in un cul de sac imbarazzante: partorire profili letterari perfetti fuori e dentro che non sconvolgano le paturnie di nessuno, in contesti e mondi ovattati fatti di dolci e marzapane come in Hansel e Gretel. Per chiudere in bellezza: la strega di Anne Hathaway nel film ha l’alopecia. Una donna scrive su Twitter: “Come paziente affetta da Alopecia Universalis sono così delusa. Rappresentazione grossolana. Schifo”. Salvatore Conte in Gomorra ha la mia stessa acconciatura e pensate: non ho mai collaborato con la Camorra.

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