O si fa l’Europa o si muore (davvero)

«Qui si fa l’Italia o si muore!» è una frase che conoscete un po’ tutti, attribuita a Giuseppe Garibaldi nel corso della storica spedizione in Sicilia. La strigliata è diretta a Nino Bixio, pronto a ordinare la ritirata nella battaglia di Calatafimi combattuta dai Mille contro le più numerose forze borboniche, il 15 maggio 1860. Nessuno di quei condottieri o soldati avrebbe potuto solo sognare il concetto di Europa unita. Ebbene fatichiamo a figurarcelo pure noi, cittadini italiani afflitti in queste settimane da una terribile pandemia – quella sì, avrebbero potuto immaginarla – di nome coronavirus, capace di porre i rispettivi paesi del continente a tu per tu con una realtà ancora tremendamente chiusa nel suo bocciolo.

Partiamo dai fatti: il Consiglio europeo non ha trovato un accordo su una risposta economica comune all’emergenza. Il governo italiano ha puntato i piedi insistendo che l’argomento venga affrontato di nuovo tra due settimane per esaminare le alternative che dovranno essere nel frattempo proposte dall’Eurogruppo. Le ipotesi sul tappeto sono tre, scrive Guido Tabellini de il Foglio:
un’emissione di Covid eurobond, cioè un’emissione ad hoc di titoli a lunga scadenza, garantita congiuntamente da tutti gli Stati dell’Eurozona, i cui proventi possano essere utilizzati per finanziare l’emergenza sanitaria e il sostegno all’economia. Per farlo sono sufficienti garanzie reciproche;
un’erogazione diretta da parte del Mes, che però può operare solo nei confronti di paesi il cui debito sia sostenibile. Ciò presuppone una linea di credito nei confronti dello stesso;
il nulla di fatto, ovvero un altro rinvio.

Proprio l’ultimo di questi punti risulta il più probabile e temuto, con tutte le conseguenze del caso. Antonio Rossitto di Panorama è certo: Nel momento più tragico della sua storia, l’Europa ha rivelato viltà e meschinità. Soprattutto non ha avuto nessun coordinamento: economico, politico o sanitario. Gaffe e valutazioni improbabili si sono verificate un po’ ovunque: dalle plateali manifestazioni approvate ciecamente dai governi – le manifestazioni femministe in Spagna e i tremila francesi scesi in piazza vestiti da Puffi – all’imbarazzante gestione di Boris Johnson (a favore dell’immunità di gregge prima, autodichiaratosi positivo pochi giorni dopo), passando per il vergognoso gesto della Germania, pronta a privare l’Italia delle mascherine necessarie con un’inaccettabile restrizione dell’export. Senza dimenticare il panorama finanziario: senza una certa flessibilità fiscale il progetto della moneta unica apparirebbe ancora fragile e incompleto e molti cittadini ne trarrebbero le logiche conseguenze.

Il premier italiano Giuseppe Conte e il suo connazionale David Sassoli, attuale Presidente del Parlamento Europeo

L’Unione Europea nasce come Comunità economica a Roma nel 25 marzo del 1957. Ne vengono definiti i parametri di convergenza trentasei anni più tardi, con il Trattato di Maastricht. Viene dotata di moneta unica nel 2002, assumendo la struttura attuale con il trattato di Lisbona del 2007. Come ogni superpotenza politica impiega del tempo a trovare un’identità strutturale ma soprattutto culturale. A differenza degli Stati Uniti, scoperti e colonizzati ieri dal punto di vista storico, il Vecchio continente porta sulle spalle un peso enorme: una storia che definire eterogenea sembrerebbe riduttivo. Pretendere un processo identitario dal meccanismo rapido e indolore appariva – e appare ancor oggi – una pretesa surreale, lontana dalle logiche di nazioni così diverse e spesso in conflitto l’una con le altre.

Se il sogno europeo è sembrato avversarsi sul tavolo del messaggio concettuale – un’unione contro ogni guerra e a favore del dialogo – è altrettanto doveroso sottolinearne il fallimento strutturale: giunta all’esame decisivo, quello cruciale per gli esiti di uno dei suoi paesi membri, l’Unione è sempre apparsa debole. Passi la crisi del scoppiata negli Stati Uniti d’America nel 2006, innescata dallo scoppio di una bolla immobiliare e tragicamente trasmessa alla neonata potenza economica di nome UE; passi la Brexit, conseguenza diretta delle falle precedentemente elencate; passi pure qualche silenzio di troppo su crimini talmente efferati da mettere in discussione l’appartenenza stessa di alcuni stati. La pandemia di oggi no, non può passare. Anzi è un esame da superare tutti insieme a pieni voti, con la lode accademica.

Queste incertezze hanno generato e alimentato diversi fenomeni nazionalisti dalla dubbia credibilità. Nigel Farage in Inghilterra, Marine Le Pen in Francia e Matteo Salvini in Italia hanno chiesto prima l’uscita dall’Unione, ritrattandola poi o riuscendovi come nel caso inglese, senza mai dare risposte concrete sulle alternative da adottare, in un mondo governato dalle superpotenze – Cina, USA e Russia – e fondato sul mercato globale. Queste battaglie propagandistiche, fondate sul senso di disprezzo di molti cittadini nei confronti di BCE e istituzioni sovranazionali, mettono a serio rischio un’esigenza ben più importante e cioè quella di pretendere un’Europa migliore, non un anacronistico abbandono della stessa.

Le divisioni in atto sul tema Coronavirus potrebbero dare il colpo di grazia all’immagine che Winston Churchill aveva disegnato a seguito della Seconda Guerra Mondiale, con i suoi Stati Uniti d’Europa. Due italiani si sono espressi con forza per evitare che accada, Sergio Mattarella prima – con una lettera indirizzata alla Banca Centrale Europea – e Mario Draghi poi, forse il più europeista di tutti. Secondo la Frankfurter Allgemeine, giornale tedesco molto influente, alcuni osservatori iniziano a notare come le esitazioni dei governi nazionali stiano favorendo iniziative tutt’altro che disinteressate di mostri economici come Russia e Cina: «I due stati autoritari colmano propagandisticamente il divario che la crisi dell’UE ha creato per loro. […] Vogliono aumentare la loro influenza politica e indebolire l’UE in caso di emergenza. La crisi umanitaria ed economica causata da Covid-19 è così profonda che può minacciare la legittimità di qualsiasi sistema politico ed economico. Per la ricostruzione e la stabilità politica dopo la fine dell’epidemia (ogni volta che ciò avverrà), sarà fondamentale che le persone in Europa siano consapevoli dell’importanza dell’UE».

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in compagnia dell’ex numero uno della BCE Mario Draghi

Per questo occorre oggi un cambio di rotta evidente e significativo, che punti su risorse immediate e a bassi rischi. Un primo step c’è stato, ovvero la sospensione del Patto di Stabilità (il 3 per cento che finora ha regolato il rapporto tra deficit e pil per un po’ è accantonato, ha annunciato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen). L’incremento del Quantitative Easing potrebbe essere un’altra soluzione. Cos’è c’è lo spiega Il Post:

Per avere quindi denaro per sostenere la loro economia, i loro servizi e le loro attività, gli stati emettono titoli che possono essere acquistati dai cittadini e dalle imprese, banche comprese. Semplificando: periodicamente, uno stato offre titoli che costano X con una scadenza, e si impegna a restituire i soldi a chi gli ha comprato quei titoli aggiungendo una percentuale di interessi quando questi sono scaduti. Chi acquista i titoli non può riavere il denaro investito più gli interessi fino alla loro scadenza, ma se vuole può venderli sul mercato o per ricavarci qualcosa o per non perderci troppo, nel caso ci siano rischi concreti che i titoli non possano essere ripagati alla loro scadenza da chi li ha emessi.

Una risposta apparentemente facile ma, come sempre in economia, dai grossi rischi (l’inflazione prima e la deflazione poi, scenario ancor peggiore). Entra qui in gioco l’alleggerimento quantitativo, per porre rimedio alla progressiva diminuzione dei prezzi e incidere rapidamente sull’andamento del rialzo, riavviando progressivamente i meccanismi economici. Così facendo i governi europei potrebbero permettersi di spendere di più, aumentando la spesa pubblica per diverse attività legate al breve termine e al medio-lungo periodo. Immettere più risorse nel mercato, in una parentesi storica tragica come la nostra, sarebbe una prima ed efficace risposta alle paure dei tanti europei, stretti nella morsa della disoccupazione e della cassa integrazione.

Vedendola da un’altra ottica, quella storica, un momento tanto straziante potrebbe rappresentare una svolta inaspettata per la giovane vita di questa tanto discussa Unione Europea. Il salto di qualità promesso da tanti europeisti negli anni e di fatto mai presentatosi, se percorsi i passi giusti nel minor tempo possibile, potrebbe clamorosamente realizzarsi. Un superamento degli interessi personali ridimensionerebbe l’etichetta dell’Europa delle banche a favore di quella dei popoli, tornando più che mai al suo messaggio primordiale. In caso contrario quello di Churchill non solo rimarrebbe solo un sogno, ma potrebbe per la prima volta materializzarsi incubo. Prospettiva di cui il mondo non ha bisogno.

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