Dalla difesa dei diritti LGBT alla dittatura culturale è un attimo

Tra 4 anni i film candidati all’Oscar per il miglior film dovranno rispettare alcuni requisiti di inclusione e diversificazione nella trama, nei personaggi o, in alternativa, nelle persone che hanno lavorato alla produzione del film stesso. Lo ha deciso l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, l’associazione che assegna gli Oscar, all’interno dell’iniziativa “Academy Aperture 2025“, che era stata annunciata a giugno e si proponeva di «creare una comunità più equa e inclusiva». I nuovi criteri riguardano il genere e l’orientamento sessuale, l’appartenenza a minoranze e la disabilità e sono divisi in quattro categorie: per potere essere candidato all’Oscar più importante un film dovrà soddisfarne almeno due su quattro.

Quattro anni fa alcuni manifestanti si sono ritrovati all’esterno del Dolby Theatre per protestare contro l’esclusione di attori e registi di colore dalle candidature. Un motivo valido per scuotere i piani alti del cinema mondiale – troppo spesso “biancocentrici” – che mai avremmo immaginato potesse sfociare in un vero e proprio libretto delle regole per produrre film in maniera “equa” e “paritaria”. Almeno nell’apparenza, perché secondo l’Academy la miglior pellicola dell’anno può essere tale solo se contiene un attore asiatico, ispanico, latino, nero e afroamericano, indigeno, nativo americano, nativo dell’Alaska, mediorientale, nordafricano o appartenente ad altre etnie sottorappresentate. In alternativa, che almeno il 30 per cento di chi recita in ruoli «secondari o minori» sia donna, o appartenga a uno dei gruppi razziali o etnici di cui sopra, o si definisca LGBTQ+, o abbia disabilità cognitive o fisiche o sia non udente o ipoudente.

Produttori e registi, per ambire alla statuetta più celebre, dovranno forzatamente mettere a libro paga un dipendente rientrante nelle suddette categorie. Ragioniamo per assurdo: una comparsa hawaiana potrebbe togliere il posto a una texana in quanto nativo di Honolulu. Non solo: l’inserimento forzato di un attore inizialmente imprevisto potrebbe determinare in maniera negativa la scrittura del suo stesso personaggio. È il caso di John Boyega, l’ex Stormtrooper Finn dell’ultima trilogia di Star Wars, assunto – a sua detta – “solo per il colore della sua pelle” e lasciato poi al suo destino. “Sapevano cosa fare con Daisy Ridley, con Adam Driver e con tutti gli altri. Ma quando si trattava di Kelly Marie Tran (di origine asiatica) e John Boyega non gliene fregava nulla. Loro vorrebbero che dicessi ‘Mi è piaciuto far parte di questo grande progetto’. Hanno dato tutte le sfaccettature ad Adam Driver e Daisy Ridley, siamo sinceri. Adam lo sa, Daisy lo sa. Lo sanno tutti”.

Come ogni forzatura o imposizione, anche il caso del manifesto etnico redatto dall’Academy rischia di alimentare una vera e propria dittatura culturale, dove per lavorare bene è obbligatorio tirare in mezzo tutti. Un po’ come Matteo Renzi e la volontà di assumere al governo “il 50% di donne e uomini”. In soldoni: prima la parità dei sessi – o l’etnia – e solo successivamente le competenze (chiariamoci, chi scrive sarebbe a favore di un governo di sole donne se fossero tutte più capaci degli uomini concorrenti). La verità è che processi di omologazione etnica spontanei sono fortunatamente già in corso e lo dimostrano prodotti come “Black Panther”, osannato da pubblico e media, e “Tenet”, ultimo film di Christopher Nolan con John David Washington (figlio di Denzel) protagonista. Persino il prossimo 007 potrebbe essere tutt’altro che biondo e con gli occhi azzurri ma di colore – e viva Dio! – senza le imposizioni di nessuno.

Se a decidere i lavoratori all’interno delle produzioni cinematografiche è una sorta di listino etnico e non la volontà di chi mette i soldi, il rischio è che meccanismi simili sbarchino anche nel vero e proprio mondo del lavoro, dove un domani potrebbero nascere categorie fisse di dipendenti in base solo alla propria appartenenza territoriale. Le battaglie contro le discriminazioni di qualsiasi tipo devono proseguire senza sosta per sviluppare maggior consapevolezza del razzismo, ancora tremendamente presente nella nostra società (vedi i casi di Willy e Maria Paola qui in Italia); ma sviluppare una contro cultura dell’obbligo è un’arma a doppio taglio. Meglio lavorare nelle scuole e nell’educazione civica, dove è fondamentale porre i cardini di un’interpretazione della società più ampia e paritaria. Senza bavagli o liste di proscrizione.

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