Una scelta consapevole merita rispetto, ma soprattutto dibattito

S’è parlato molto di Noa Pothoven, l’adolescente afflitta dal ricordo della violenza subìta da bambina che ha scelto di lasciarsi morire di fame e di sete.

Aggredita due volte e stuprata a quattordici anni, la ragazza ha sofferto di stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. È riuscita a pubblicare un libro, intitolato ‘Vincere o imparare’, combattendo al massimo delle sue possibilità per rialzarsi.

Ha scelto però di lasciare questo mondo, dopo aver tentato il suicidio più volte. Lo ha fatto, stavolta, stringendo le mani dei suoi genitori.

Nei Paesi Bassi l’eutanasia è legge dai dodici anni in avanti.
Serve ovviamente la certificazione di un medico; la sofferenza del paziente deve essere insopportabile e senza possibilità di miglioramento; la richiesta – ripetuta nel tempo – deve avvenire in condizioni di estrema lucidità e non sotto l’effetto di sostanze alteranti; un secondo medico, infine, ha il dovere di esaminare ed eventualmente confermare tutti i punti citati.

Nel 2017, circa 6585 persone hanno chiesto e ottenuto un trattamento simile. Circa il 4,4% dei decessi totali.
Questo avviene nella quotidianità più totale di un paese, l’Olanda, che affronta il suicidio nella maniera più dignitosa possibile: rispettando una scelta.
Offrendo i mezzi meno violenti per consentire all’essere umano un epilogo tutt’altro che straziante.

A prescindere dai giudizi – frettolosi o meno – che il mondo dei social ci regala, auspico sempre un dialogo vivo su questi temi, che ci proietti in avanti e che non ci tenga legati con la corda al passato.

Una scelta consapevole, anche se indissolubilmente legata alla propria morte, merita un dibattito serio. Ma soprattutto merita rispetto.

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